martedì, giugno 23, 2009

POLITICA, CALCIO E VIOLENZA

Un altro caso perfetto in cui non ho bisogno di spiegare perché ho rifiutato le schede del referendum: lo ha già fatto l'articolo

Vince l'astensione per scelta, di R. Mannheimer (Corriere)

Qualche citazione:

"... domandando a un campione rappresentativo degli elettori qual è «la prima cosa che le viene in mente parlando di politica », la risposta prevalente, data da quasi un quarto, sia «disgusto». Con un incremento di questo atteggiamento negli ultimi anni. E la risposta successiva, data da un altro 22% è «rabbia»."

Ha letto il mio blog? L'altra sera ero con gli amici, hanno cominciato a parlare di politica e io scherzando ho detto "Argh, no, vita reale, vade retro." VITA REALE? Ma per favore. Aprire un giornale, cartaceo o virtuale, equivale ad aprire un libro di favole, e per giunta di pessima qualità. La sapete la mia opinione, la verità è inconoscibile bla bla. La vita reale è la MIA, con tutti i casini che ho nel cervello, e cosa hanno fatto esattamente questi signori e signore per me? L'hanno peggiorata con la loro quotidiana violenza verbale. E io non voglio fare la vittima, ho tutta una serie di difese, ma quelli che non ne hanno? Quelli che a un certo punto sclerano e ammazzano qualcuno? Cosa si fa per rendere meno ossessivamente violento il mondo in cui vivono? Detesto accusare la società: accuso la tendenza a fare violenza in modo casuale, perfino involontario, che ha preso piede in quasi tutti. E nella politica essa regna e dà l'esempio.

Anche la bassissima affluenza al referendum rientra in questo quadro esplicativo. La presenza di solo meno di un quarto degli aventi diritto non dipende solo dai quesiti «troppo tecnici» (anche se erano davvero difficili da interpretare e le schede, così complesse, accrescevano la confusione) né dal mero effetto dell’invito di astenersi da parte della Lega. Il fatto è che le tematiche proposte e l’intero mondo della politica appaiono ai cittadini italiani sempre più lontani. E sempre più privi di interesse.

Domanda: perché ogni volta che ci sono le elezioni io mi schiodo per informarmi, mi faccio il fegato grosso e sopporto gli scontri a fuoco tra amici e familiari di opinione diversa (e dopo scrivo sul blog invece di lavorare - ogni tanto bisogna tirare lo sciacquone, no?), per capire per chi votare, ovvero chi rappresenterà il mio punto di vista nel governo del paese - non chi è più figo o chi è nemico del mio nemico o chi rappresenta un "voto di protesta" - e poi loro si cacciano in questo ginepraio della legge elettorale e chiedono a ME, cittadina media non laureata in scienze politiche, di togliergli le castagne dal fuoco? Scusate se è un discorso da troglodita politico e non rispecchia la situazione, ma è come l'ho percepita io e non credo di essere l'unica.

In proposito, interessante anche questo:

Consultazione morta, ecco chi l'ha uccisa. E perché. di M. Cervi (Il Giornale)

Conferma una domanda che mi ponevo in questi giorni: ma un tempo i referendum erano su problemi chiari e la gente si impegnava per partecipare, com'è che adesso se ne frega? Alle considerazioni di Cervi aggiungo che forse la gente è stanca di essere coinvolta in faccende ad altissimo contenuto emotivo (es. la legge sulla procreazione assistita) che ancora una volta andrebbero risolte (?) in altra sede (quale?). Credo che se fossi stata in giro ai tempi del referendum sul divorzio e sull'aborto non avrei saputo che fare. Sono temi talmente pesanti: come faccio a essere sicura che la mia opinione è quella giusta, o la meno sbagliata? E' un'OPINIONE, dal latino OPINARI = SUPPORRE. Non una verità assoluta, anche se molti trattano le proprie opinioni come tali. Mi sento di accettare la responsabilità delle conseguenze della mia supposizione?

Quello che veramente vorrei è qualcuno che governasse secondo l'amore-agape, mettendo al bando la violenza. Lo so, è idealismo, e fra i più stupidi che esistano. Ma forse è l'unica speranza, e qualcuno deve dirlo.

Sto un po' delirando, meno male che non dovevo spiegare (il che dimostra la mia assoluta confusione nei riguardi dell'argomento referendum e della politica - DISGUSTO! RABBIA!) e quindi passiamo al calcio.

L'ho detto e lo ripeto: i commentatori della Nazionale alimentano la violenza nei tifosi. L'altra sera ho smesso di *ascoltare* la partita dopo il primo gol del Brasile. Era una follia. E se per caso io avessi tifato Brasile, o avessi voluto godermi una partita fra due notoriamente belle squadre, una delle due meno bella e che quindi giustamente ha perso? Ma a questi due microfonati piace veramente il calcio, o commentano le partite solo per compensare le frustrazioni? Dopo il terzo gol ogni tanto alzavo l'audio per capire meglio qualche azione e mi ritrovavo Radio Londra ai tempi del Blitz, anzi peggio, perché i britannici non sono mai stati così perdenti, portasfiga e vittimisti come i nostri due commentatori. Le lagne di Bagni mi facevano venir voglia di spaccare qualcosa... quindi, ancora una volta, immaginatevi l'effetto su qualcuno meno stabile (HAHAHAHAHA) di me.

Tralascio i deliri del Beato Marcello dei Miracoli dopo l'eliminazione, per non fregarmi le mani con sadico compiacimento e andare segretamente ad accendere un cero all'eretico Fra' Roberto, soggetto alla damnatio memoriae. Non sarebbe agape. Quello che veramente mi ha dato gioia è stato vedere i calciatori abbracciarsi, scambiarsi le maglie, sorridersi e scherzare fra avversari, come se avessero vinto tutti e due. Mi veniva quasi da piangere. Ancora una volta, signori Bagni e l'altro di cui dimentico sempre il nome: io cerco di non avercela con voi, davvero, ma porca miseria, è il Brasile, quasi l'intera squadra gioca o ha giocato da noi, non trattate la partita come se fosse l'assedio di Stalingrado! A voler essere ottimisti, speriamo che il fair play e l'affetto fra i giocatori abbiano più effetto sui tifosi che gli ululati di Bagni e C.

Sto diventando moralista? Forse. Spero mai vittimista, comunque. Nel caso avvertitemi, di persona, perché giuro, i commenti al blog non riesco a rimetterceli più neppure io. Ma di certo sono partita per una crociata contro le piccole violenze quotidiane, un po' per quello che hanno fatto e fanno a me, un po' per difendere tanti altri come me che hanno meno risorse, se non altro per farli sentire meno soli.